Marina • Milletarì
- Lorenzo Giovati
- 24 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Milano, Teatro dal Verme. 14 Febbraio 2026.
Capita di rado, anzi quasi mai, di poter assistere alla prima esecuzione assoluta di un’opera appartenente al catalogo di un compositore “classico”. Se negli ultimi anni sono riemerse pagine inedite di Wolfgang Amadeus Mozart o di Frédéric Chopin, è ben più difficile che un’intera opera lirica rimanga sottratta allo sguardo del pubblico, indipendentemente dal suo valore. È quanto accaduto con Marina, prima opera di Umberto Giordano, presentata in prima assoluta in una realizzazione di alto livello dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme di Milano, storica istituzione, tra le più antiche compagini sinfoniche italiane dopo l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
La vicenda è lineare: Marina, donna montenegrina, soccorre per dovere d’ospitalità un soldato nemico (Giorgio). La scoperta dell’accaduto da parte di Lambro, suo promesso sposo, innesca l’accusa di tradimento e la prigionia dell’uomo. Il tentativo di salvezza, mosso da un misto di desiderio di fuga e di autentico sentimento, conduce, come sempre, alla morte prima dell’uno, fucilato, e poi dell’altra, uccisa da Lambro. Un dramma compatto, articolato in due parti, ma proposto senza intervallo, che non fa della complessità psicologica il proprio fulcro, trovando invece nella schiettezza e nell’immediatezza della scrittura musicale il suo punto di forza. Il giovane Giordano non era ancora l’autore maturo di Andrea Chénier, ma dimostrava già una spiccata sensibilità per il clima estetico del tempo, con echi che talora rimandano persino a Georges Bizet. Il linguaggio, pur non pienamente definito, rivela attenzione teatrale e una naturale inclinazione alla cantabilità.
Determinante, oltre al valore intrinseco della partitura, è stata la qualità dell’operazione esecutiva. Eleonora Buratto ha affrontato il ruolo della protagonista con accento fiero, delineando una figura temprata dalle circostanze belliche, risoluta e talora aspra, senza rinunciare a momenti di più distesa cantabilità. La voce, luminosa e salda, si è adattata con sicurezza alla scrittura, risolvendo con naturalezza anche le zone più impervie del registro acuto.
Freddie De Tommaso, nel ruolo di Giorgio, ha offerto un canto morbido e controllato, sostenuto da uno strumento di nobile pasta timbrica, ben proiettato e sempre governato con misura. Pur nel contesto verista, ha evitato ogni forzatura, cesellando dinamiche e colori fino a un pianissimo di rara consistenza. Una prova meditata, tecnicamente solida e stilisticamente consapevole.
Mihai Damian ha conferito a Lambro autorevolezza e compattezza, distinguendosi per omogeneità di emissione, precisione dell’intonazione e cura del fraseggio. Puntuali e ben inseriti nel tessuto drammatico anche gli interventi di Nicholas Mogg.
Il vero fulcro della serata è stata tuttavia la direzione di Vincenzo Milletarì: tesa, sanguigna, sempre vigile. La concertazione si è imposta per nettezza di attacchi e per controllo rigoroso dell’insieme, evitando qualsiasi compiacimento. Ne è scaturita una lettura luminosa e nitida, sostenuta da una chiara visione drammaturgica, capace di restituire alla partitura compattezza e slancio.
L’Orchestra I Pomeriggi Musicali ha risposto con grande qualità: archi morbidi e compatti, fiati precisi, ottoni rotondi e ben intonati. Di rilievo anche il contributo del Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli, preparato dal maestro Marco Medved, che ha assicurato compattezza e adeguato volume sonoro.
Ne risulta una proposta di indubbio interesse, realizzata con rigore e coerenza progettuale, animata dall’intento di restituire vita a un titolo musicalmente significativo. L’auspicio è che Marina possa presto approdare alla scena, magari accostata ad altre opere ingiustamente marginalizzate.












